venerdì 21 novembre 2014

L'Ancl analizza i contenuti del Jobs act e ne valuta gli effetti
Riforma lavoro bla bla

Tante parole che non creano occupazione
DI DARIO MONTANARO
"Ormai ai giornali, ai media e ai commentatori della domenica interessa sempre meno approfondire nel merito le questioni. Sulla pseudoriforma dell'art. 18 tramite il cosidetto Jobs Act si potrebbe scrivere un'enciclopedia che, seppure inutile nella sostanza,potrebbe rappresentare un buon manuale di istruzioni per chi, in futuro, vorrà occuparsi di politica in modo inconcludente e demagogico. Probabilmente, la tanto vituperata arte di governo,attraverso la quale vengono «date notizie in pasto ai media» piuttosto che «scritte leggi che abbiano una minima utilità» è ormai una competenza distintiva di qualunque governo si applichi alla guida di questo paese. Non è compito della nostra associazione dare giudizi di merito,almeno in questo momento,sulla legge delega. Riflettiamo sul fatto che tale procedura di produzione normativa,in passato, era riservata allascrittura di regole di rilevanza «superiore» attraverso un meccanismo di garanzia costituzionale rappresentato dal decreto legislativo. Oggi invece, tra il voto di fiducia al senato e la minaccia di voto dí fiducia alla camera,si è persa ogni solennità e serietà rispetto anche a questa procedura di normazione. E inutile ribadire che, chi fino ad oggi si è accanito sugli studi di diritto pubblico e costituzionale, deve azzerare tutto e ripartire dal nulla nel nome del rinnovamento e dell'azione esecutiva di governo che riconosce solo il cittadino come unico interlocutore,eliminando qualsiasi confronto con la cosiddetta «società di mezzo»; peccato che questa società di mezzo(professionisti, parti sociali)ad oggi fa funzionare il paese,forse male e certamentepotrebbero fare meglio;ma non è eliminando questi soggetti che, come d'incanto,si risolvono tutti i problemi.Forse pretendendo che ognuno faccia seriamente la sua parte, il paese potrebbe veramente avviare una fase di svolta. Ritornando alle modifiche previste per i nuovi assunti e per l'art. 18 della legge 300, non possiamo non notare che i nostri colleghi, nei rapporti con le aziende assistite, non avranno alcun nuovo argomento per convincere le imprese (poche) ad assumere a tempo indeterminato, neanche il concetto del «... tanto si può licenziare» rappresenta uno stimolall'occupazione, anzi sembra
una beffa per chi ha già pochi stimoli verso nuove iniziative produttive, suona infatti, come una iettatura, un preannuncio
di fallimento della sua idea economica. Ebbene, ancora una volta questo paese mostra tutto il suo odio per il sistema delle imprese,evidenziando quanto siano forti i rigurgiti di un sistema che vede nell'imprenditore un soggetto inaffidabile, da controllare e contenere e magari da mortificare. Non si comprende quale molla debba scattare, nei moderni imprenditori, per convincerli che, potendo licenziare, ora possono assumere. Nessun nostro cliente assume pensando già a quando dovrà licenziare un lavoratore, è un ragionamento contrario a tutte le leggi di convenienza economica e di strategia gestionale, anzi direi che è
un ragionamento da «sciocchi» e in nostri imprenditori non sono affatto «sciocchi». A nessuno viene in mente che non si assume perché manca la spinta economica che giustifica l'utilizzo del capitale umano? Alias non si assume perché non c'è lavoro, non ci
sarebbe nulla da far fare a questi nuovi lavoratori, che,se pur licenziatili e agevolati, non si sporcherebbero mai le mani perché non vi sono prodotti da realizzare o servizi da fornire. Inoltre, non è affatto vero che l'attuale formulazione
dell'art. 1 comma 7 lett. c) del ddl (Jobs Act) prevede la libera recedibilità dal contratto di lavoro a tempo indeterminato per i nuovi assunti, in alcuni casi prevede un indennizzo in luogo della reintegra per licenziamenti economici considerati illegittimi, sposando platealmente il concetto che,un imprenditore che è in difficoltà e deve ridurre i lavoratori perché si è ridotto il lavoro, deve spendere altro denaro (che non avrà) per salvare la sua azienda. Ancora una volta, in questo paese
si difendono i lavoratori (specie protetta) e non il lavoro (elemento ormai estinto). In pratica si continua a considerare
l'imprenditore come un pazzo che inventa esuberi solo per dare sfogo al suo ego e non per mantenere in piedi l'attività economica. Certo si può immaginare l'esistenza di «abusi» da contenere, ma il problema del nostro paese e del nostro diritto del lavoro è proprio questo! Per tutelare le parti dagli abusi si scrivono norme assurde che bloccano l'economia, non si ha il coraggio di dettare regole che consentano di individuare chi abusa e di penalizzarlo, allora si scrivono regole che non servono a nessuno e penalizzano tutti. Sulla reintegra per i licenziamenti discriminatori e disciplinari (per alcune tipologie che leggeremo nei decreti attuativi) non vi è possibilità di commento, perché sicuramente, come già avvenuto dopo la Fornero, tutti i licenziamenti saranno definiti come discriminatori(anche se il datore di lavoro ha guardato male il lavoratore) e, sempre, ripeto sempre, si darà adito a un giudice di porsi il dubbio della discriminazione. Come al solito, per una tipologia di comportamento assolutamente risibile si scrivono norme generali che valgono per tutti; i casi di licenziamenti discriminatori di fatto non esistono (non si leggono sentenze o commenti in dottrina su casi reali, da decenni) e pertanto... Tanto rumore per nulla. Rispetto alla tipizzazione dei licenziamenti disciplinari aspettiamo i decreti e, vorremmo sbagliarci, ma riteniamo che anche in questo caso non vi è possibilità di chiarezza delle regole, poiché data la complessità dei sistemi organizzativi aziendali, ogni singolo addebito sarò ricondotto, magari per analogia, a quelli che saranno indicati nelle norme attuative. Rimandiamo al prossimo commento l'effetto che questa nuova norma avrà sui dipendenti ancora in forza e sulla «famosa» teoria del
«fatto» di cui si è occupata la Cassazione lo scorso 6 novembre."
(estratto da "Italia Oggi" del 21/11/2014)

venerdì 22 novembre 2013

GLI INTROVABILI: 47 MILA POSTI "NON OCCUPATI" - Corriere della Sera, 22 Novembre 2013

Esperti di software e gestione aziendale, analisti programmatori, sviluppatori, disegnatori tecnici, assistenti socio-sanitari. Ma anche progettisti meccanici, educatori e cuochi. Figure professionali che un lavoro lo troverebbero in un istante. Se solo si trovassero, in Italia. È l’esercito degli «introvabili». Giovani con profili così tanto richiesti che le offerte delle aziende non ricevono una risposta. Perché, dall’altra parte, non sempre c’è qualcuno. Fatti i calcoli si tratta di poco meno di 47 mila posti di lavoro che non vengono occupati. Pari a tredici assunzioni su cento che quest’anno non vedranno mai la firma in un contratto. Le cifre sui lavoratori difficili da reperire, nel 2013, si trovano nell’analisi annuale del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e del ministero del Lavoro. Sono stati presentati a Verona in occasione di «Job&Orienta 2013», l’appuntamento sull’orientamento, la scuola, la formazione e il lavoro.

I NUMERI – La notizia positiva, si fa per dire, è che il numero degli «introvabili» scende. Rispetto al 2012, quando erano oltre 65 mila. E, soprattutto, in confronto al 2008, quando toccavano quota 217 mila. Ma tutto questo succede in un momento in cui cala ( di 40 mila unità) anche il numero complessivo delle assunzioni non stagionali per quest’anno. In compenso non mancano le lamentele delle imprese: nel 6,2 per cento delle nuove assunzioni i datori di lavoro evidenziano le competenze inadeguate, una scarsa formazione, poca capacità di lavorare in gruppo e flessibilità. Osservazioni che non passano inosservate. Tanto che Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere, insiste sui dati: «L’indagine dimostra quanto sia importante lavorare sui due fronti dell’orientamento e dell’alternanza tra studio e lavoro».

LE ASSUNZIONI – Quest’anno il mercato italiano dovrebbe assumere poco più di 367 mila persone. Tra questi 160 mila diplomati. A cui si aggiungono gli oltre 58 mila laureati. Le assunzioni di «difficile reperimento» dovrebbero essere tredici su cento. Con una differenza a seconda del titolo di studio. Perché se tra i diplomati gli «introvabili» sono in linea con la media generale, tra chi ha finito l’università il tasso sale al 19 per cento.

TRA I DIPLOMATI – Più nel dettaglio, tra i diplomati difficili da trovare le imprese mettono al primo posto gli sviluppatori di software: per ogni cento offerte di lavoro per questa posizione ne restano scoperti quasi 35. Seguono i disegnatori tecnici, quindi gli assistenti socio-sanitari, i riparatori di macchinari, i meccanici, cuochi e camerieri. A livello di diploma, invece, l’indirizzo ritenuto più difficile da reperire, invece, è quello agrario-alimentare. Poi quelli informatico, edile e meccanico.

TRA I LAUREATI – A leggere la graduatoria dei laureati difficili da reperire le azienda cercano – quasi disperatamente – gli esperti di software. Qui gli «introvabili» sono quasi la metà (47,4 per cento). Mancano poi anche gli esperti di gestione aziendale, gli analisti programmatori e i progettisti meccanici. Insomma professioni che richiedono una formazione in una facoltà di Ingegneria informatica. Abbastanza complicato trovare anche operatori commerciali con l’estero, addetti al marketing, infermieri ed educatori professionali.

lunedì 11 novembre 2013

Federico Fubini per "la Repubblica"

Disoccupati

Venerdì un gruppo di lavoratori in cassa integrazione si è presentato all'assessorato al Lavoro della Calabria, a Catanzaro, e ha chiesto di vedere un documento: l'attestato che esistevano i fondi per pagare gli ammortizzatori sociali. Quando i funzionari locali hanno preso tempo, i cassaintegrati sono scesi in strada, hanno spostato transenne e cassonetti e hanno bloccato un'arteria di traffico per otto ore.

NEL frattempo a Cosenza, altri cassaintegrati sono saliti sul tetto del palazzo dell'Inps e hanno minacciato di buttarsi se non fossero stati pagati.Solo in Calabria, 20 mila lavoratori in cassa o mobilità hanno smesso da nove mesi di ricevere sussidi che in teoria sarebbero già stati autorizzati.


DISOCCUPATI

Ma quello di venerdì è solo un episodio, al Sud sempre più ricorrente, in un quadro più ampio: dal Mezzogiorno al Nord industriale, la cassa integrazione in deroga è al collasso. Centinaia di migliaia di famiglie sono rimaste senza redditi, benché sia stato loro promesso che hanno legalmente titolo a questa forma "eccezionale" di sussidio.
Dal distretto del tessile a Como, al commercio nel Lazio, fino all'edilizia in Campania o in Sicilia, sono probabilmente circa 350 mila i lavoratori che subiscono forti ritardi nel versamento degli ammortizzatori in deroga. La stima è di Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, ma il "probabilmente" su di essa è d'obbligo.


DISOCCUPAZIONE


Il caos su autorizzazioni, versamenti e fabbisogno finanziario sulla Cig in deroga è tale che né l'Inps (che paga) né il ministero del Lavoro (che regola) hanno il quadro completo della situazione. Non si sa quante persone messe fuori dalle imprese non percepiscono più anche solo i soldi per comprare gli alimenti di base. La sola certezza è che centinaia di migliaia di lavoratori sono lasciati per mesi in un limbo, dopo che era stato garantito loro che potevano contare sugli ammortizzatori sociali.


DISOCCUPATI ORGANIZZATI QUESTA MATTINA A VIA CARACCIOLO PH GENNY MANZO

Solo in questi giorni, benché se ne parli da giugno, il governo ha sbloccato 500 milioni per accelerare i pagamenti degli arretrati. Si aggiungono poi 287 milioni dirottati in extremis dai fondi europei per contribuire alla cassa in deroga in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
Saranno usati nei prossimi giorni per saldare alcune delle mensilità arretrate.

Ma secondo stime (informali) del ministero del Lavoro, solo sul 2013 resta comunque un buco di 330 milioni. In questa fase il costo complessivo della Cig in deroga, secondo stime (ancora una volta, informali) del ministero del Lavoro, è di tre miliardi l'anno. Non è poco, se si considera che viene finanziata dalla fiscalità generale e non dai versamenti delle imprese presso l'Inps.

Questo strumento di emergenza era nato con l'inizio della recessione per le esigenze di piccole aziende di ogni tipo: edilizia, artigiani, negozi, studi di notai o di avvocati. Imprese non hanno mai dovuto versare contributi all'Inps per la cassa integrazione. A titolo di confronto, nel 2012 le medie e grandi imprese industriali hanno versato 3,6 miliardi per gli ammortizzatori e hanno usato Cig ordinaria e straordinaria per 5,2 miliardi.

Per loro il fabbisogno da coprire è dunque di circa la metà rispetto alle piccole imprese.
Ma non è solo la carenza di risorse a provocare quel dramma sociale silenzioso che è il collasso della Cig in deroga. Non era inevitabile che finisse così. A complicare tutto contribuiscono le scelte delle regioni, le incongruenze legali di questo strumento e l'insistenza dei sindacati a usarlo a dispetto delle disfunzioni che comporta.

In questi mesi sono circa 400 mila le persone in cassa in deroga. Secondo Loy della Uil, le regioni dove i versamenti sono meno in ritardo restano Trentito Alto Adige e Friuli e viaggiano con due mesi di arretrati. Del resto questo sistema di welfare non era stato disegnato per un'ondata di crisi aziendali come quella attuale.

Si prevedeva al massimo di far fronte a 100 mila cassaintegrati in deroga in ogni dato momento, non quattro volte di più. Poi però le scelte della politica e delle parti sociali hanno complicato tutto ancora di più. Le regioni per esempio hanno potere di autorizzare il ricorso della Cig in deroga se su di esso c'è un accordo fra l'impresa in crisi e il sindacato. In passato le giunte erano anche tenute a finanziare almeno il 30% delle intese che autorizzavano, mentre il resto spettava al governo.

Da metà 2012 però i fondi delle regioni sono finiti e lo Stato centrale si è fatto carico della Cig in deroga per intero. Si è giunti dunque a un paradosso: un'amministrazione regionale autorizza una gran quantità di spesa pubblica alla quale deve far fronte un'altra amministrazione. Chi decide, sa che poi non dovrà pagare, magari alzando le imposte sui propri elettori. Non è dunque un caso se questo meccanismo di deresponsabilizzazione ha fatto esplodere il ricorso alla Cig in deroga.

Hanno poi contribuito anche i sindacati, che su questo strumento hanno un potere vincolante: gli ammortizzatori non scattano se il sindacato non firma. Qua e là, di rado, ciò ha prodotto richieste di favori e tangenti per dare via libera alla cassa. Casi, sembrerebbe, sporadici. Ma anche agendo nelle regole, i sindacati tendono a prediligere questo strumento perché conferisce loro un ruolo centrale.

Formalmente la cassa integrazione è un reddito transitorio in attesa che la crisi passi e il lavoratore rientri in azienda. Nella pratica, con la Cig in deroga, diventa sempre meno così: il lavoratore non rientra quasi mai. Se i sindacati e le imprese accettassero la realtà del licenziamento, chi perde il posto avrebbe almeno diritto al sussidio di disoccupazione per 12 o 18 mesi: quello sarebbe sicuro e puntuale, perché coperto da automatismi di legge. Invece si preferisce continuare a fingere che certi posti non siano persi per sempre, a costo di lasciare gli addetti senza ammortizzatori sociali per mesi.

Venerdì, verso le sei di sera, i dimostranti di Catanzaro hanno rimosso i cassonetti dalla strada e sono tornati a casa. La regione Calabria aveva garantito che avrebbe pagato tre dei nove mesi arretrati. A volte una promessa, di questi tempi, fa davvero miracoli.

lunedì 7 ottobre 2013

Essere scartati per il proprio accento? Succede ancora...

Siamo in periodo di crisi, la disoccupazione - sopratutto per i più giovani - raggiunge livelli record. Ma oltre ai problemi attuali rischiano di riaffacciarsi vecchi problemi ormai superati, come la xenofobia.
Leggete cos'è successo a questa professionista del marketing.

mercoledì 4 settembre 2013

LE MOSSE PER TROVARE (O CAMBIARE LAVORO) - Intervista ad Ivan Piccoli su D.laRepubblica.it


Se sei disoccupata o il tuo lavoro non ti piace e vorresti cambiarlo o migliorarlo, approfitta dell'estate: pianifica le nuove mosse, riscrivi il curriculum, fai un corso e raccogli contatti. Con l'aiuto degli esperti, D.it ti propone le soluzioni per ripartire a settembre più forte che mai.

Primo passo: ritrovare l'entusiasmo. Che si sia perso il lavoro o l'impiego attuale non ci stimoli più, è fondamentale trovare la voglia di rimettersi in gioco. "Il piacere di lavorare. Viaggio in se stessi per ritrovare la passione del fare" (16 euro, Erickson) di Giorgio Piccinino, psicologo e psicoterapeuta esperto di counseling e coaching, indica i comportamenti utili per ritrovare la motivazione.

Secondo passo: imparare la parola “resilienza”. Si chiama così la capacità di reagire in modo flessibile e positivo agli eventi traumatici. Ne parla, con tanto di testimonianze dirette, Elena Malaguti, ricercatrice di Pedagogia speciale all'Università di Bologna, nel suo libro "Educarsi alla resilienza. Come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi" (17 euro, Erickson). Non mancano infatti casi di persone che, licenziate in tronco, sono riuscite a risollevarsi. Come i 9 manager che si raccontano in "Out of Office. Storie di manager che si sono reinventati il futuro" di Massimo Del Monte, Carlo Romanelli e Gian Piero Scilio (19 euro, Franco Angeli). Per farcela servono doti come creatività e capacità di risolvere i problemi. Allenale con le 18 slide gratuite "11 tecniche di brainstorming” (clicca qui) a cura di Massimo Del Monte e Simone Piperno, fondatori di Kairos Solutions, società di coaching creativo e consulenza per imprese e organizzazioni.

È d'obbligo sapere l'inglese. Promette di fare miracoli il libro + cd mp3 "The job is yours. Il corso d'inglese che ti aiuta a trovare lavoro e a tenerlo per sempre" di Jeff Judge, con le dritte per compilare un cv, affrontare colloqui e scrivere email in inglese (16,90 euro, Grimaudo). Per riscrivere il cv segui i segreti dell'eye tracking, cioè lo studio del percorso che gli occhi fanno leggendo un testo. Qui alcune regole per un curriculum di impatto. Quando si inizia la ricerca di un lavoro o si pianifica un cambiamento, chiedersi sempre quali siano le nostre motivazioni profonde. Lo raccomanda la psicologa e psicoterapeuta del lavoro Linda Pannocchia: "Non si può trovare un lavoro adatto a noi se per prima cosa non capiamo cosa vogliamo. Essere sinceri con se stessi è molto importante per fare le scelte giuste". E non bisogna mai accontentarsi: "Se non si ha un lavoro non bisogna prendere quello che capita, ma agire e cercarlo nel campo di nostro interesse; si possono anche accettare lavori occasionali o non adeguati alle nostre caratteristiche in caso di necessità, ma senza mai dimenticare che dovremo trovare di meglio il prima possibile". A volte può servire l'aiuto di un consulente di carriera. D.it ne ha intervistato uno: Ivan Piccoli, responsabile Lombardia per Career Counseling, società di ricollocazione professionale che sta sul mercato da 24 anni.

Cosa consigli di fare se si ha del tempo (forzatamente) libero?
La cosa fondamentale, appena si è in vacanza o disoccupati, è sistemare tutte le proprie informazioni, partendo da un cv dettagliato, ma che non superi le 2 pagine; rendersi visibili sui social network come Linkedin, dove riportare in sunto le informazioni del cv. Il consiglio è avere un obiettivo professionale preciso e, partendo da esso, identificare le aziende in cui si può spendere il proprio profilo (in base al proprio ruolo, alla territorialità, alle dimensioni dell’azienda), per avere un approccio diretto. Bisogna far nascere nell’azienda il bisogno di averci.

Quando un cv è efficace?
Il cv è efficace quando è redatto con una logica; i cv europei non sono molto apprezzati dai recruiter per la quantità di informazioni che non sono utili alla selezione. Un cv addirittura di una pagina (metodo anglosassone) può dare informazioni più sintetiche, ma precise, e richiedere minor tempo al selezionatore, destando un certo interesse.

Quali sono gli altri strumenti di comunicazione da tenere presenti quando si cerca un lavoro?
Oggi dobbiamo sempre di più avere sotto controllo i social network: tutte le informazioni che inseriamo devono avere coerenza con quello che si può trovare in rete, facendo molta attenzione al profilo che si può avere anche su Facebook. Alcune selezioni possono finire immediatamente quando si hanno delle informazioni “contrastanti” sui social.

Quali competenze di base sono indispensabili per una rapida ricollocazione?
Fondamentali sono la conoscenza delle lingue (l’inglese è la base, più lingue accelerano molto i tempi), la disponibilità geografica (più limito la ricerca ad una zona, più allungo i tempi di ricollocazione) e la disponibilità contrattuale (all’estero il 50% delle opportunità è temporary).

Workshop di gruppo, consulenze individuali, corsi, fiere: cosa frequentare per pianificare al meglio le mosse da fare in caso di ricollocazione professionale?
I workshop e le fiere possono essere momenti in cui approfittare per ampliare la propria rete di relazioni. Ma le mosse migliori nella ricollocazione professionale sono le consulenze individuali con esperti del settore. Il mercato del lavoro infatti è in continuo cambiamento. Basti pensare che una nostra recente ricerca interna ha trovato che a Milano ci sono 191 ricerche di “Legal” (dall’assistente, al senior, al direttore), mentre la stessa ricerca su Londra ha prodotto 22.400 posizioni: 117 volte tante rispetto a Milano. Questo significa che serve una persona che ti guidi nel tuo percorso. E anche esperti del mercato interno e di quello internazionale: il tuttologo non esiste più.

Si può cambiare lavoro a ogni età a patto che...?
A patto che si seguano le regole sopra descritte: flessibilità geografica, contrattuale, lingue. L’età anagrafica non è un problema, lo è l’età mentale. Non dimentichiamo che all’estero l’età è sinonimo di esperienza, serietà e sicurezza.